Prof. Guido Liguori: “Il capitalismo in crisi rappresenta un pericolo per l’umanità”

Publié le par Mohsen Abdelmoumen

Prof. Guido Liguori. D.R.

Prof. Guido Liguori. D.R.

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Mohsen Abdelmoumen : Lei ha pubblicato l’opera magistrale « Chi ha ucciso il Partito Comunista Italiano ? ». A suo avviso,  chi aveva interesse alla scomparsa del PCI?

Prof. Guido Liguori : Moltissimi erano ovviamente i soggetti interessati alla scomparsa del Pci, il Partito comunista italiano, il partito comunista allora più forte di tutto l’Occidente. In primo luogo le forze sociali e politiche sostenitrici del liberismo capitalistico che vedevano nel Pci un ostacolo per comprimere e annullare le conquiste economico-sociali dei lavoratori, delle “classi subalterne”, come scrive Gramsci.

E poi tutte le forze politiche e anche istituzionali, italiane in primo luogo, ma anche di altri paesi (gli Stati Uniti avevano a lungo osteggiato il Partito comunista, ai tempi di Enrico Berlinguer), che erano storicamente avversarie del Pci. O anche “avversarie-concorrenti”, come il Partito socialista italiano guidato da Craxi.

È bene però precisare che il “suicidio assistito” del Pci fu il risultato, come sempre accade, di un concorso di eventi, italiani e mondiali, che amo definire “mutamento di egemonia”. Si ebbe negli anni 80 in Italia e nel mondo l’affermarsi di nuove egemonie. Si affermò pian piano una cultura diversa da quella di ispirazione marxista e classista dei decenni precedenti, anche tra le forze che si proclamavano diverse o alternative al capitalismo e al liberismo.

Questa nuova egemonia (che sommariamente potremmo definire anche liberalsocialista) penetrò anche ai vertici del Pci, imponendo nuovi paradigmi (ad esempio quello dei “diritti” invece che quello dei rapporti tra le classi) con cui interpretare la realtà. Fu questo complesso processo e il prevalere di questa nuova egemonia a determinare la fine del Pci.

Come analizza l’ascesa dell’estrema destra in Europa e, in particolare, in Italia?

L’ascesa della destra estrema in Europa mi pare la risposta difensiva di vasti settori ai profondi cambiamenti che hanno caratterizzato la cosiddetta globalizzazione capitalistica. In particolare, da una parte, l’aumento della concorrenza subito dalla forza-lavoro dei paesi più industrializzati a opera paesi di più recente industrializzazione (e meno sindacalizzati), con la conseguenza della perdita enorme di posti di lavoro; dall’altra i processi migratori che hanno caratterizzato gli ultimi decenni.

Tutto ciò ha portato vasti strati di popolazione dei paesi più avanzati e caratterizzati da maggior benessere a credere (erroneamente) che potevano difendere le loro condizioni di vita come ipotizzato dalle forse di estrema destra: chiudendo i confini, impedendo l’immigrazione, rifiutando ogni solidarietà ai più poveri e sfruttati di quello che una volta si chiamava “terzo mondo”. E’ un nuovo fascismo “suprematista”, nemico della società multiculturale e multirazziale. Che però è una realtà ormai non modificabile.

Enrico Berlinguer (con i leader socialdemocratici di sinistra Olof Palme e Willy Brandt) aveva avvertito per tempo: i grandi processi mondiali vanno governati, gestiti cercando di aiutare tutti e distribuendo le risorse di cui dispone l’umanità. Non averlo fatto ha portato alla crescita di una destra ostile a ogni solidarietà tra i subalterni.

Che lettura dà dell’egemonia liberale all’interno della sinistra europea?

Come dicevo prima, tale egemonia è il risultato dei processi mondiali verificatisi già negli anni 80: la meccanizzazione, la robotica, l’informatica (oltre alla delocalizzazione), hanno determinato una diminuzione numerica, ma anche di visibilità e di potere, dunque di coscienza politica, delle classi lavoratrici. L’egemonia liberale anche a sinistra è nata dall’intreccio di questi fenomeni.

È andata persa una lettura della realtà in termini di lotta di classe. Si è sostituita quest’ultima con una lotta per dei diritti, spesso giusti e sacrosanti, ma riguardanti solo minoranze. Mentre la vecchia sinistra, egemonizzata dai liberali, perdeva di vista la centralità delle condizioni anche materiali delle classi subalterne, delle masse popolari.

Come spiega la scomparsa del pensiero critico in Occidente?

Da una parte, gli apparati egemonici della borghesia sono indefessamente al lavoro per produrre e diffondere un nuovo senso comune di massa non progressista, secondo le direttrici sopra accennate. Le classi popolari fanno fatica a resistere anche perché, in primo luogo in Italia, non hanno più un partito che le difenda stabilendo alleanze con gli intellettuali, in grado di combattere una “battaglia egemonica” con gli intellettuali della borghesia. Gli intellettuali di per sé non sono progressisti: sentono il richiamo delle forze sociali che offrano a loro e a tutti una prospettiva di società credibile.

In questo momento le forze di sinistra non hanno un credibile progetto alternativo a quello dell’individualismo sfrenato che viene in varie forme proposto dalle agenzie informative e culturali della borghesia. Questo significa appunto che ha vinto una diversa egemonia. Che – come Gramsci ricorda – per prima cosa attira proprio gli intellettuali verso interessi di classe che non sono quelli delle classi subalterne.

Assistiamo a guerre imperialiste in tutto il mondo. Secondo lei, il capitalismo in crisi non rappresenta forse un pericolo per l’umanità? Il capitalismo non è una cancrena che corrode il corpo sociale delle nazioni?

Il capitalismo in crisi rappresenta sicuramente un pericolo per l’umanità. Come ci dicono i fatti più recenti del Venezuela, in primo luogo il capitalismo statunitense (uno Stato che in termini economici è gravati da un enorme debito pubblico e che soffre palesemente la concorrenza di nuovi soggetti, come la Cina e l’India) è disposto a rischiare il tutto per tutto pur di instaurare un nuovo ordine internazionale.

È una situazione grandemente pericolosa, con tante testate atomiche in giro. Ma ugualmente pericolose sono la questione climatica e ambientale, la scarsità di una risorsa vitale come l’acqua, ecc.

Il mio Paese, l’Algeria, è nel mirino di alcuni circoli neocolonialisti e imperialisti. I nostri compagni in Venezuela lottano per la loro sovranità. Come rendere effettiva la solidarietà internazionale, in particolare da parte dei nostri compagni dell’emisfero nord? La lotta per la sovranità degli Stati e delle nazioni non è forse un compito storico per le élite progressiste nei nostri paesi?

Dovrebbe sicuramente esserlo. Ci sono stati esempi di mobilitazione straordinaria, ad esempio per la Palestina. Ma non è semplice mantenere costante il livello della mobilitazione se il nemico, l’imperialismo, continua a far registrare successi. Anche se è spinto dalla disperazione, esso resta all’offensiva e la sinistra si difende come può.

In ogni caso non credo che la solidarietà tra le componenti del fronte anti-imperialista possa essere soprattutto opera delle élite: credo che esso possa e debba venire in primo luogo dalle masse, se esse recuperano uno sguardo critico verso le dinamiche neocoloniali del mondo di oggi.

Si può parlare di democrazia in Occidente quando a governare è una minoranza oligarchica? Non esiste forse una necessità vitale, per l’umanità, di avere un movimento operaio forte, con sindacati e partiti politici combattivi?

Oggi in Occidente la democrazia è ridotta al minimo. Basta vedere la sfiducia crescente di chi si reca a votare: in molti paesi va a votare una minoranza, nemmeno il 50% degli aventi diritto. Oggi si parla di post-democrazia, o di “democratura”. Insomma di sistemi politici che formalmente possono anche sembrare democratici, ma che non lo sono più. Sia perché i parlamenti eletti non hanno potere, sia perché l’alternativa nell’offerta politica è più apparente che reale, sia perché non votando i cittadini rifiutano legittimità ai rispettivi sistemi politici.

Certo sarebbe fondamentale un movimento dei lavoratori forte, intrinsecamente interessato a rilanciare la democrazia. Una democrazia che sia almeno in parte anche sostanziale e non solo formale, e che sia almeno in parte anche “di base”, diffusa, e non solo parlamentare.

Lei è uno specialista del grande Gramsci. A suo avviso, non è forse indispensabile avere l’ottimismo della volontà per vincere il pessimismo dell’intelligenza?

A dire il vero, ottimismo e pessimismo mi paiono categorie limitate e ingenue. Ma certamente il motto che Gramsci aveva ripreso ha un senso se significa che non dobbiamo arrenderci, che dobbiamo continuare la lotta. Con volontà e con intelligenza.

Lei è presidente della Gramsci Society Italia e direttore della rivista di cultura politica Critica marxista. Che cosa può dirci della sua rivista? Qual è il suo impatto nella lotta anticapitalista?

In realtà, dopo essere stato a lungo capo-redattore di Critica Marxista, ne sono diventato direttore insieme ad altri, a causa della scomparsa del direttore storico, Aldo Tortorella, già importante uomo politico del Pci e collaboratore di Berlinguer. La rivista è dunque in una fase di passaggio e di ristrutturazione. Speriamo di saper ancora svolgere un ruolo nella lotta anticapitalista.

Credo però che questi luoghi di riflessione e di ricerca siano solo una parte del lavoro che dobbiamo fare. Essi sono limitate perché inevitabilmente destinati a pochi. La sinistra e ci comunisti dovrebbero invece arrivare a parlare alle grandi masse. Il problema centrale è quello indicato da Gramsci: la creazione di un nuovo senso comune di massa. Non è facile.

Secondo Lei, non abbiamo forse bisogno di strumenti teorici per sconfiggere il capitalismo e il suo stadio supremo, l’imperialismo ?

Sicuramente sì. Da questo punto di vista vi è un innegabile ritardo dello studio, della riflessione teorica. Nell’Europa occidentale, ad esempio, da molto tempo prevale lo studio degli autori classici invece che della realtà. Se le categorie dei classici non vengono volte a interpretare la realtà e se non vengo anche esse sottoposte a verifica per capire se sono ancora valide, il lavoro teorico non sarà di aiuto alla comprensione e al cambiamento della realtà.

La famosa XI tesi su Feuerbach scritta da Marx voleva dire proprio questo: bisogna capire il mondo se lo si vuole cambiare.

Interviesta di Mohsen Abdelmoumen

Guido Liguori è professore di Storia del pensiero politico contemporaneo all’Università della Calabria, presidente della Gramsci Society Italia e direttore della rivista di cultura politica Critica marxista.  Ha pubblicato, tra l’altro: Chi ha ucciso il Partito Comunista Italiano? (Edizioni Delga, 2011) e Berlinguer rivoluzionario – Il pensiero politico di un comunista democratico (Carocci editore, 2014).

Pubblicato in francese in La Nouvelle République e Palestine Solidarité

Publié dans In italiano

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